Lo scenario startup in Italia: ‘rainmaking’ o ‘smokeselling’?

“In Germania un’idea su due di quelle che arrivano a un incubatore diventa startup, in Italia meno di una su dieci. Nello stivale però vengono gestite più richieste di finanziamenti rispetto a quella che è la media europea”.

Così sottotitolava la rivista Digitalic  nel mese di ottobre 2014 (n.33) facendo un’analisi dei Bic (Business Innovation Centres) europei e mettendo a confronto la media europea della generazione di startup con quella di alcuni singoli Paesi, il tutto al fine di valutare l’efficacia dell’azione degli incubatori.

Riportiamo qui di seguito un estratto dell’articolo:

 

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Abbiamo sottoposto l’intera indagine al nostro partner Francesco Inguscio  CEO di Nuvolab  business accelerator per startup insediato insieme a noi in Copernico Milano.

Ecco il suo parere:

L’Italia è, usando le parole che Carl Marx usa per definire ciò che sta ‘sopra’ all’economia reale, il ‘regno della sovrastruttura’ (Überbau).

La mappatura indicata è purtroppo parziale, perché censisce solo i BIC  organismi comunitari che soffrono di tutte le disfunzionalità del settore pubblico in Italia sui quali si possono rintracciare molti dati ma su cui preferisco non soffermarmi.

Ilrainmaking spread’ (come lo chiamo io) tra ‘nuvole’ e ‘pioggia’, è ancora più ampio se andiamo a vedere una mappatura più dettagliata come quella di Italia StartUp che include anche i soggetti privati.

Se prendiamo come riferimento per la ‘pioggia’ le ‘funded startup’ – e non le semplici startup innovative per cui basta creare una società e registrarle presso la Camera di Commercio – e le mettiamo a confronto con l’intera (sovra)struttura di supporto alle startup (non solo dunque con i 24 BIC pubblici), i dati pubblici più attendibili (per quanto estremamente lontani da cogliere la complessità della realtà) sono a mio avviso i seguenti:

In Italia ci sono 197 startup ‘ufficialmente’ funded (ossia finanziate da player istituzionali o altri soggetti su cui si trovino dati ‘ufficiali’)

A fronte di questa ‘base’ imprenditoriale italiana, la ‘sovrastruttura’ è data da:

  • 36 investitori
  • 100 incubatori ed acceleratori
  • 38 parchi scientifici tecnologici
  • 62 coworking spaces
  • 48 crowdfunding platforms
  • 52 startup competitions
  • 38 empowerment programs

Tutti insieme questi soggetti (incubatori, acceleratori, investitori..) fanno a mio avviso parte della categoria dei ‘qualcosatori’.

Per quanto non tutti i soggetti sopra elencati abbiano come scopo quello di aiutare le startup a finanziare le proprie attività e – così facendo – a crescere, trovo alquanto rilevante che, se avessimo anche un solo caso di successo per ciascun soggetto sopra menzionato, la ‘rainforest’ sarebbe molto meno ‘rada’ di quanto lo è ora.

Fare business SULLE startup è stato negli ultimi anni un trend molto in voga nel nostro Paese e purtroppo il rischio è stato quello di fare ‘smokeselling’ anche per chi si è trovato a prendere decisioni (es: il legislatore) e si rincuora pensando che tutte queste nuvole faranno ‘piovere’ qualcosa di buono in Italia.

Il rainmaking (che caratterizza solo chi fa business CON le startup) è una prassi molto diversa e sinora è sempre stata molto limitata in Italia. Molti player seri che avevano inizialmente intravisto delle opportunità nel nostro Paese, si stanno purtroppo spostando all’estero dove le gratificazioni sono maggiori, la professionalità d’obbligo e l’attenzione ai risultati è massima.

Basterebbe mettere l’obbligo di ‘far piovere’ a tutti i ‘qualcosatori’ e sono sicuro che vedremmo emergere i migliori in pochissimo tempo.

Per tutti gli altri… no rain, no gain!

 

E voi, avete delle storie o testimonianze da raccontarci in questo senso?

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